Potenziale cancerogenicità dell’industria della gomma: malattia professionale e prescrizione dell’azione


La manifestazione della malattia professionale, rilevante quale dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale, può ritenersi verificata, quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, quali la domanda amministrativa, nonchè la diagnosi medica, contemporanea, dalla quale la malattia sia riconoscibile per l’assicurato (Cassazione, ordinanza n. 1661/2020).


La Corte di appello di Torino, confermando la sentenza del Tribunale di Cuneo, ha rigettato la domanda proposta del lavoratore finalizzata ad ottenere dall’Inail il riconoscimento della malattia professionale da cui era affetto (patologia neoplastica vescicale diagnosticata nel settembre 2007), per l’intervenuta prescrizione dell’azione, essendo stata la domanda amministrativa presentata solo nel dicembre 2012.
Il primo giudice aveva fatto correttamente decorrere il termine di prescrizione triennale per l’azione previsto dal D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 112 dalla diagnosi della malattia trattandosi di malattia tabellata ed indicata, dal d.m. 14 gennaio 2008, come patologia la cui origine lavorativa è di elevata probabilità in caso di esposizione ad ammine aromatiche e correlata come lavorazione-esposizione all’industria della gomma, in considerazione anche del fatto che lo stesso ricorrente aveva fatto riferimento ad un procedimento penale risalente al 2005 avente ad oggetto omicidio e lesioni personali relativi a colleghi di lavoro colpiti da patologie neoplastiche e non aveva contestato la dedotta sussistenza di conoscenze scientifiche, all’epoca della diagnosi, che collegavano la malattia denunciata all’attività lavorativa di lavorazione dei pneumatici.
Il ricorso presentato dal lavoratore in cassazione non merita accoglimento: secondo il più recente orientamento della giurisprudenza della Corte, la manifestazione della malattia professionale, rilevante quale dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale, può ritenersi verificata, quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, quali la domanda amministrativa, nonchè la diagnosi medica, contemporanea, dalla quale la malattia sia riconoscibile per l’assicurato.
Quanto, poi, alla “manifestazione”, quale fatto normativamente previsto dall’indicato art. 112, la Cassazione ha già da tempo avuto modo di evidenziare che essa è l’oggettiva possibilità che il fatto sia conosciuto dal soggetto interessato, e cioè la sua “conoscibilità”; tale conoscibilità coinvolge l’esistenza della malattia, ed i suoi caratteri di professionalità ed indennizzabilità; la conoscibilità, dunque, è cosa diversa dalla conoscenza ed altro non è che la possibilità che un determinato elemento (nella fattispecie la origine professionale di una malattia) sia riconoscibile in base alle conoscenze scientifiche del momento, possibilità che esclude anche che sia necessario che l’origine professionale sia già stata riconosciuta in sede giudiziaria o amministrativa. Pertanto deve escludersi l’esistenza dei vizi attribuiti alla sentenza impugnata, atteso che l’interpretazione della disposizione in parola fornita dalla Corte territoriale è assolutamente conforme al contenuto normativo della disposizione in questione.
La Corte territoriale ha fatto coincidere, nella sua indagine, il decorso della prescrizione con la diagnosi della malattia ed ha fatto riferimento alla conoscibilità dell’eziologia professionale della malattia avuto riguardo alle conoscenze scientifiche del momento che consentivano certamente di collegare la malattia sofferta all’attività lavorativa.
Circa la lamentata omissione di fatto decisivo, si è chiarito come l’art. 360, primo comma, n. 5, cod.proc.civ., riformulato dall’art. 54 del dl. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per Cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Costituiscono, quindi, un “fatto”, agli effetti dell’art. 360, comma 1, n. 5, cod.proc.civ., non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante; non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, cod.proc.civ., le argomentazioni o deduzioni difensive; gli elementi istruttori; una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa”, risulta quindi inammissibile l’invocazione del vizio di cui all’art. 360 n. 5 cod.proc.civ. per sostenere il mancato esame di deduzioni istruttorie, di documenti, di eccezioni di nullità della sentenza non definitiva e degli atti conseguenti, di critiche rivolte agli elaborati peritali o della “non contestazione dell’avvenuta usucapione” o per lamentarsi di una “motivazione non corretta”.


Per tali motivazioni, il ricorso è stato rigettato.